
Il problema nasce quando ti accorgi che il “per sempre” era seguito da una virgola, poi da un “forse”, e infine il punto.
Non è paura di ricominciare da capo, né convivere con la solitudine.
La storia della mia vita la si può vedere su tutti i motori di ricerca, a riprova di quello che dico.
E poi diceva quello lì che si è soli se qualcuno non è mai venuto, non quando qualcuno se ne è andato…
Mia madre, invece, sosteneva che nessun bene dura cient’anne. Pragmatica, concreta, lei che ha vissuto per una vita con un uomo che non amava.
Ma io a quel “per sempre” ci credevo davvero, e mi ostinavo a tapparmi le orecchie (come Nanni Moretti in Palombella Rossa) quando la frase continuava e seguivano le cose di cui sopra.
Adesso continuo a sentir bussare alla porta e ogni volta mi sale il cuore in gola.
Ma dietro non c’è più nessuno.

Purtroppo questa volta non ci sarà la pioggia di rane.
Quando ero ragazzo, dopo essermi confessato, ritornavo nel banco a recitare la mia penitenza e mi sentivo, d’un tratto, sollevato da tutte le angosce e dentro tutti gli organi andavano di nuovo al loro posto.
Inventare il senso di colpa e di rimando una cosa come questo straordinario sacramento è stato geniale.
Solo che poi cresci e, come smetti di credere a babbo natale, smetti di fare tante altre cose.
Io sapevo di poter "peccare" tutte le volte che volevo, tanto poi andavo lì al confessionale e tutto si sistemava.
E funzionava.
Credo funzioni ancora così per qualche centinaio di milioni di cattolici.
Certo erano bei tempi quelli, soprattutto perché si era ragazzi, e guardarsi adesso per come eravamo si viene inondati dalla tenerezza.
In realtà si viveva lo stesso da schifo solo, per quanto mi riguarda, non avevo la percezione che sarebbe andato sempre peggio e che il fondo era solo un concetto mentale più che spazio-fisico e, volendo, non lo si può toccare mai.
Aimee Mann anni fa ha scritto una canzone che per me è un tatuaggio, che parla dell’impossibilità di imparare e, ergo, cambiare.
Perché è tutta lì la questione, ed anche il segreto che tiene in piedi la chiesa da millenni, imparare dai propri errori non è facile, e più si va avanti e più la faccenda si complica.
It’s not going to stop / ‘til you wise up
...Ma neanche stavolta le rane cadranno dal cielo a redimere e redimermi.
Devo fare, al solito, tutto da solo.
E non è tanto romantico.

Ogni tanto mi succede.
Soprattutto in momenti bui come questo, che vedo spuntare un gancio nel buco dove sto scendendo e riesco a restare a mezz’aria per un po’, o se non altro ad andare giù con più leggerezza.
Le cose da dire sarebbero tantissime, forse enormi per poter stare in poche parole messe in fila.
Potrei parlare della rata del mutuo, che rosicchia sempre di più il mio stipendio, del lavoro che non mi piace, della dieta che è un fiasco completo, della mia vita sentimentale che va a rotoli, come a rotoli va tutto il resto…
Ma volevo parlare di un libro, che nemmeno ricordavo di avere, e che è spuntato fuori qualche mese fa durante il trasloco chissà da quale scaffale, e che avevo appoggiato lì sul comodino.
Annibale Ruccello l’ho conosciuto grazie ad Enzo Moscato (un altro dei grandi drammaturghi che questo paese non merita di avere come figlio), a cui ha dedicato una commovente e struggente pìece chiamata "Compleanno", che ho avuto l’onore di vedere l’anno scorso a Milano.
Ruccello è morto esattamente 20 anni fa in un terribile incidente sulla Roma-Napoli, l’attimo prima che esplodesse, ed era ora, tutto il successo che il suo talento meritava, e merita.
Questo volume (che mi faceva ciao con la manina dal comodino) è una raccolta di alcuni suoi testi teatrali, che vengono tutt’ora rappresentati (attualmente è in scena Ferdinando, con la regia di Isa Danieli) e danno davvero la misura del suo enorme talento e dello studio umano che c’è dietro.
Capace di reinventarsi una lingua, che è una contaminazione tra il dialetto napoletano classico e quello delle periferie urbane, mischiato a obbrobri di derivazione televisiva, i personaggi dei suoi lavori non sono mai banali e sono quasi sempre, anche nella leggerezza e l’iralità di alcune invenzioni, metafora amara del vivere di oggi.
Ricordo che trent’anni prima che la Luxuria venisse accettata nel salotto buono della politica, i transgender (come si porta dire oggi) erano quasi sempre i protagonisti delle sue pìece, ed erano tutt’altro che le macchiette obese e acculturate presenti nei teatrini odierni, che fanno tanto feschionn di questi tempi.
Ed è così che da qualche sera, poco prima di spegnere la luce del comodino, mi tuffo in questo libro e, d’incanto, la mia stanza si popola di travestiti che si atteggiano a femme fatale, di nonne che raccontano storie di principi trasformati in serpenti, di bambine mangiate da orchi, di ragazze che scendono nel mondo delle scorregge e munacielli che fanno dispetti sotto il letto.
E per un momento anche il mondo che vivo mi sembra migliore.

Annibale Ruccello
Le cinque rose di Jennifer
Notturno di donna con ospiti
Weekend
Anna Cappelli
Mamma
Ferdinando
Ubulibri edizioni – Euro 19,00

La Lucia Annunziata sarà stata anche un po’ troppo aggressiva, sarà anche vero che la puntata di "In mezz’ora" con il Cavalier Silvio Banana doveva portarla a termine, come sostiene quel Bolscevico di Petruccioli, così come probabilmente quei 20 minuti di psicodramma andati in onda ieri pomeriggio su Rai Tre saranno una macchia nella di lei carriera professionale che, ne sono certo, esigeranno un prezzo da pagare…
…ma vedere quell’espressione tirata sul volto del Cavalier S.B., vedere quel sorriso impietrito, anche se solo per qualche minuto, è stata una cosa che non ha avuto prezzo, e per la quale sarò sempre riconoscente a quella Giornalista.
Anch'io, come Aldo Torchiaro, sono stato orgoglioso di quel discorso.