
Docuthriller di Enrico Deaglio e Beppe Carmagnani che cerca di porsi delle domande sugli "strani" avvenimenti che hanno accompagnato i giorni delle ultime elezioni politiche dello scorso aprile.
Più che domande in attesa di una risposta, in verità, sembrerebbero domande retoriche, e c'è da dire che i dati che vengono analizzati a sostegno della teoria dei brogli da parte del governo sembrano davvero agghiaccianti.
Ma di questo, per fortuna, si è parlato tantissimo in questi giorni e spero anch'io che al più presto possa farsi chiarezza.
Io volevo spendere due parole più che sui contenuti, sulla forma di questo film: ma è possibile fare un documentario così brutto e così noioso nonostante dati così esplosivi a disposizione? Possibile che quelli di Diario non riescano a metter su un'inchiesta che sia quantomeno decente, nonostante i 17 Euro a copia? (lo so che saranno destinate quasi tutte per le spese legali che, data l'aria che tira, saranno molto generose...)
E non si può mortificare un attore come Elio de Capitani in questo modo... sembrava ad una recita delle scuole elementari...
Provare a chiedere qualche consiglio ai giornalisti di Report? o, che so, a rivedersi i reportage di Riccardo Iacona?

Ieri sono stato a vedere l'ultimo film di Sofia Coppola, e ho capito le seguenti cose:
1) Maria Antonietta era una ragazza, dal punto di vista introspettivo, molto moderna. Soffriva, gioiva e si poneva domande come ogni ragazzina (con un po' di spessore) di oggi e diceva incredula: "Questo è assurdo!" di fronte ai riti pacchiani del protocollo di corte e si sentiva rispondere "Questo è Versailles!"
2) Maria Antonietta affogava nell'effimero, nel gioco e soprattutto nei dolci le proprie delusioni e il suo mal di vivere, senza per questo ingrassare di un solo etto.
3) Il suo matrimonio con il delfino di Francia Luigi XVI rimase non consumato per diversi anni.
4) A corte, in quel di Versailles, durante le frequenti e goderecce feste, oltre a bere fiumi di champagne, si faceva largo uso di droghe leggere e poi si finiva stravolti su un prato ad aspettare di vedere l'alba su Parigi.
5) Maria Antonietta non ha mai detto: "Date loro le brioche!" quando le hanno riferito della mancanza di pane tra il popolo.
6) Non c'era nessuna guardia del corpo, nei pressi della Regina, che aveva i capelli lunghi biondi e l'andatura un pò effeminata e rispondeva al nome di Oscar Francois de Jarjayes .
7) Vedere Asia Argento nei panni della contessa Du Barry, la favorita di Luigi XV, è stato uno shock.
8) Intanto Sofia Coppola non sbaglia un film.

Gino era mio amico al tempo in cui vivevo a Napoli.
E’ stato sempre un ragazzo fuori dal comune e aveva talento, quintali di talento che gli uscivano da tutte le parti…
Era un ingegnere informatico e nonostante questo riusciva a plasmare le parole come pochi, metteva su un foglio tre frasi e tu leggendole sentivi fermarsi il cuore.
Questa qualità, che io non avevo ma che avrei tanto voluto avere, la ammiravo parecchio, ma a pensarci forse era proprio il suo talento che invidiavo.
Conservo ancora gelosamente un quaderno di sue poesie che mi aveva regalato, con i fogli pinzati e la copertina disegnata da lui, a cui diede il nome di Corolle sparse.
Forse era Natale o forse era il mio compleanno non ricordo bene, ma fu un regalo bellissimo, di quelli che ti stampano un sorriso nel cuore e che non va più via.
Poi succede che la vita prende nuove direzioni e così le nostre strade si sono divise, lui a Roma io a Milano, anche se in alcuni momenti si sono ricongiunte, per un po’.
Una delle ultime volte che ci siamo visti è venuto a cena a casa del mio compagno, e si è presentato con due regali: “questo è per il tuo compagno e questo è per tutti e due…”
Si sa, gli artisti sono così, e io gli ho sempre voluto un gran bene lo stesso.
Luigi Romolo Carrino apre questa antologia “Men on Men
L’avevo comprata qualche mese fa da Feltrinelli, o forse da Babele, non ricordo più, e l’avevo lasciata sul comodino non sapendo ancora.
Ieri sera, quando l’ho aperta, mi è venuto un tonfo al cuore e stentavo a credere che il nome che leggevo sotto il racconto "Lorelai dei girasoli" fosse proprio il suo…
E come al solito è stato come ai vecchi tempi, un racconto bellissimo, pieno di poesia e musica, ma che è anche un pugno nello stomaco, così come solo lui riesce a tradurre in parole, e, lo giuro, da solo vale tutta l’antologia.

E’ finalmente arrivata a Milano “Le cinque rose di Jennifer”, l’opera teatrale più conosciuta, dopo Ferdinando, di Annibale Ruccello.
Di lui e del suo incredibile talento ho già parlato qui.
Quest’opera fu scritta nel 1980 (Annibale aveva solo 24 anni), lo stesso anno in cui Almodovar girava in Spagna “Pepi Luci Bom e le altre ragazze del mucchio” e ben 26 anni prima che nel nostro parlamento venisse eletto il primo Transgender d’Europa (e che ci fosse la polemica sull’uso dei bagni di montecitorio: bleah!).
Jennifer è un travestito napoletano, che vive in quartiere-ghetto per trans, in una qualche periferia di Napoli, e passa le sue giornate nell’attesa della telefonata di Franco, l’uomo che ha conosciuto una notte di tre mesi prima e di cui si è innamorata.
L’attesa è riempita da una serie di telefonate di persone che sbagliano sempre numero, con alcuni dei quali, (come il commendatore Antonetti, che fa il numero di Luana tutti i giorni e, immancabilmente, si mette in comunicazione con Jennifer) intrattiene una vera e propria relazione quotidiana via-cavo, la radio, sintonizzata su Radio Cuore Libero che trasmette un programma musicale a richiesta (Patty Pravo, tanta Mina, Milva etc.) e la vicina di casa Anna, un altro trans, ossessionato dalla religione e dalla sua gatta Rusinella, che è l’unica persona in carne ed ossa che incrocia la protagonista in tutta l’opera.
Intanto nel quartiere c’è un serial-killer che uccide i travestiti, lasciando sui loro corpi martoriati cinque rose rosse...
Più che un’opera sull’attesa o sulla speranza (di qualcosa che poi non arriva mai) io credo che sia un’opera sulla solitudine, e di come questa possa portare alla disperazione.
Ed è questa la chiave di rappresentazione di questo allestimento (al teatro Filodrammatici fino al 19 novembre), curata e interpretata da Arturo Cirillo, dove è palese, anche nei momenti più ilari e divertenti (e ce ne sono parecchi), la consapevolezza che ha Jennifer della propria solitudine e di come le sue speranze siano solo illusioni), che copre con un velo di amaro ogni suo gesto.
Bravissima anche Monica Piseddu (nel ruolo di Anna) un’attrice che interpreta un uomo che si veste da donna (un po’ come nel film Transamerica,) solo che, anche se interpreta un'Anna davvero strepitosa, non risulta molto credibile.

Paolo Sorrentino, dopo le conseguenze dell’amore, riesce ad eguagliarsi in un altro film riuscito.
L’amico di famiglia è un film spiazzante, cupo e bellissimo allo stesso tempo, con una sceneggiatura notevole e dei dialoghi molto ispirati.
Il protagonista è Geremia, un usuraio di provincia, un essere immondo, viscido, maleodorante e brutto, più taccagno (e solo) dello Zio Scrooge di Dickens, che presta i soldi a varia umanità non tanto diversa da lui.
E’ talmente antipatico e talmente infido che al confronto le sue vittime sembrano degli angioletti che, incapaci di rinunciare al superfluo, mettono la loro vita nelle mani di quest’essere fino ad esserne condizionati per sempre.
L’amico di famiglia è un film da vedere, ma soprattutto da rivedere, e Giacomo Rizzo, con questa interpretazione, entra di fatto nella storia del cinema italiano.