Ennesimo film fantasy tratto da un libro di grande successo, Eragon pare abbia imbestialito i non pochi fans della saga scritta da Christopher Paolini per la sua immensa bruttezza.
Io i libri non li ho letti ma devo dire che concordo pienamente con i fans: il film fa veramente pena.
Due attori del calibro di John Malkovich e Jeremy Irons umiliati da dialoghi scritti con i piedi, invenzioni nella sceneggiatura più da un film di magia che di fantasy anche se il capolavoro di tutto il film è il doppiaggio del drago da parte di Ilaria D’Amico: sembra la voce della centralinista della Vodafone al primo giorno di lavoro.

Il vento che accarezza l’erba è un film sull’oppressione militare da parte di un esercito sanguinario su un popolo fiero, che resiste in ogni modo per affermare la propria identità e libertà.
E’ un film sull’amicizia e sulla crudeltà della disciplina militare, che porta ad armare un amico per uccidere un altro amico perché non è stato abbastanza forte da non tradire.
E’ un film sulla famiglia, dove due fratelli combattono fianco a fianco protesi verso un ideale unico e dopo uno contro l’altro, da nemici.
E’ un film su come la crudeltà della guerra possa togliere qualsiasi brandello di umanità e di come la luce che porta alla libertà possa spesso accecare invece che guidare.
E’ un film duro, senza sconti, visto dalla parte di chi soccombe (che è il punto di vista preferito da Ken Loach) e che mostra la barbarie di qualsiasi guerra di oppressione.
Il vento che accarezza l’erba è un film attuale, una specie di istant-movie, anche se è ambientato nell’Irlanda degli anni venti, tra pecorai e contadini analfabeti.
Bello, ottimamente recitato, solo sembra non avere un'anima (quasi che la crudeltà di molte scene la seppellisse), e lascia nello stomaco un senso di incompiuto.
A mio avviso il capolavoro di Ken Loach continua a restare Labybird Ladybird.

Metti una sessuologa canado-cinese che non ha mai avuto un orgasmo, metti una coppia di gay in crisi che decide di “aprirsi” ad altre relazioni sessuali, metti una marchettara sadomaso che non riesce a pronunciare il suo nome e che sogna una casa borghese e un gatto da accarezzare, metti un locale molto freak (il Shortbus del titolo) dove queste e tante altre vite si incrociano, metti Manhattan nello scorcio di tempo che va dall’11 settembre al grande black-out, metti tante scene di sesso, pompini, penetrazioni e copiose eiaculazioni tutt’altro che sottintese, e puoi andare a Cannes per farti apporre sulla pellicola il marchio del film-scandalo dell’anno.
Shortbus è anche un film sulla ricerca emotiva e sulla consapevolezza che nessuno è quello che vorrebbe essere, e tutti sono in transito, con i propri sentimenti, verso qualcosa che non riescono a raggiungere.
Intenso, a tratti poetico nel descrivere i personaggi e la loro caducità emotiva, il film termina con un filo di speranza, facendo raggiungere ai protagonisti, proprio durante il grande black-out che ci fu a New York (che segna una sorta di catarsi, un po’ come le rane che piovono in Magnolia) il loro personale happy-ending.