Olmo

si sta come d'autunno sugli alberi le foglie
martedì, 25 settembre 2007

Shrek Terzo

Anche Shrek 3 non si sottrae alla legge dei sequel e, dopo i due capitoli che hanno fatto di lui il cartone animato più anticonvenzionale e sarcastico (e con lui una folla di personaggi che si sono liberati della melassa zuccherosa di stampo disneyano) ecco che nel terzo capitolo della saga si porta a termine la banalizzazione che già iniziava a far capolino nel secondo atto.

E' sempre così, nonostante non si abbia più niente di nuovo da dire, le leggi del mercato impongono queste operazioni commerciali per fare cassa (vedasi le infinite sponsorizzazioni cui l'orco si è prestato, in testa quella con Mc Donald's).
D'altronde anche Vasco Rossi è più di 15 anni che non ha più niente da dire e continua a sfornare CD, cosa ci si poteva aspettare dagli americani della Dreamworks?
In questo terzo capitolo il Re ranocchio muore (la scena dei suoi ultimi istanti di vita è l'unico momento davvero esilarante di tutto il film) non prima di aver lasciato il regno al nostro eroe o, in alternativa, il compito di cercare l'altro pretendente al trono di "molto molto lontano" e cioè un lontano nipote che vive in una città lontana.
Shrek ovviamente va in crisi e non sentendosi all'altezza del compito (in più scopre che sta per diventare papà e questo lo manda in paranoia) si mette in viaggio alla ricerca di Arthur, mentre nel regno il principe Azzurro fomenta una rivolta di tutti gli sfigati delle favole per rovesciare l'ordine precostituito e appropriarsi, per una volta, del finale "…e vissero felici e contenti" dal quale sono sempre stati esclusi.

Al ritorno di Shrek il regno è ormai in mano agli sfigati che preparano il colpo di teatro finale salvo poi farsi convincere che non sono così sfigati e che in realtà c'è del buono in ogni persona basta solo valorizzarlo e altre scemità retoriche e buoniste di tal stampo, fino all'happy end del volemose bene tutti belli e brutti.

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categoria: cinema, film


lunedì, 24 settembre 2007

Piano, solo

Tratto dal libro “Il disco del mondo” di Walter Veltroni (un bellissimo volume che ho avuto la fortuna di leggere qualche anno fa) il film “Piano, solo” racconta la breve e tormentata vita di Luca Flores, musicista Jazz di raro talento e rara sensibilità, morto suicida a 39 anni nel 1995.

Figlio di un geologo di fama internazionale, Luca vive gli anni dell’infanzia in Africa, insieme alla sua famiglia, fino a quando sua madre muore in un incidente stradale, una mattina mentre lo porta dal dentista. Luca rimarrà segnato da questo tragico evento e in parte si sentirà anche responsabile per l’accaduto, e questo tormento lo accompagnerà anche quando si trasferirà a Firenze con suo padre e i suoi fratelli, e influenzerà tutta la sua vita, fino al tragico gesto nel momento in cui realizza l’incapacità di non riuscire più a controllare la sua mente.

Il film è di ottimo livello e, nonostante il tema difficile non cade mai nella retorica anzi, riesce ad essere molto europeo nella narrazione. Gli attori sono bravissimi (un cast davvero di primo livello: Michele Placido, Jasmine Trinca, Paola Cortellesi, Roberto de Francesco, Sandra Ceccarelli) e Kim Rossi Stuart riesce ad essere all’altezza del personaggio (una conferma, anche se non ce n’era bisogno, per uno dei più bravi attori in circolazione).

Ma rispetto al libro il film sembra appena sfiorare l’anima di Luca, e sembra avere qualche difficoltà a scendere dentro al tormento, dentro alle domande, alle paure, alla sofferenza.

E ti lascia con qualcosa di irrisolto nello stomaco.

Ma averceli sempre film così...

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categoria: cinema, film


giovedì, 13 settembre 2007

Le città e il desiderio

Percorrendo per tre giorni la strada a ovest del massiccio del Gran Daldo fin oltre le gole di Tolomeo, al viandante che si imbatte in questo viaggio viene il desiderio di un posto ove ritemprare il fisico e lo spirito.

Ed ecco che guadato il fiume Indaco gli si palesa davanti  Mirea, città dalle mille verità, dove è proibito ogni esercizio di retorica, con sui muri delle vie manifesti colorati con su un bicchiere che è sempre mezzo pieno e dove a ogni viaggiatore che arriva capita poi di rimanere, perché è a Mirea che ogni domanda può trovare la risposta che più si addice.

Camminando per la strada principale il viaggiatore può scegliere dei pezzi di vetro in ogni locanda cui decide di fermarsi, in ogni bar in cui entra per bere rum o in qualche ristorante, qui presenti a centinaia, che cucinano sempre il tuo piatto preferito.

Alla fine della strada, sopra un tavolo di basalto, viene il tempo di poggiare tutti i pezzi e provare a ricomporre l’arcano mosaico che svelerà la risposta alla domanda che si aveva nella testa nel momento in cui Mirea si era palesata.

Ed è stato lì che anch'io ho capito molte cose, fermo davanti a quei pezzi di vetro perfettamente incastrati.

Da allora passo le giornate a oziare sulla mia amaca, a costruire mobili di truciolato e a coltivare gli ortaggi nel mio orto, i cui semi, ogni anno, mi vengono portati dalla ragazza dagli occhi lilla che arriva a Mirea con la carovana degli zingari.

E che con loro, dopo, riparte.

postato da giurau alle ore 15:00 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
categoria: tristezza, sfogo



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