
Tristan è un ragazzo un pò sfigato che si innamora della più bella del villaggio, Victoria, e cerca di convincerla della solidità dell'amore che nutre per lei (mentre a Victoria non gliene frega niente) promettendo di portarle in dono una stella che hanno visto cadere insieme.
Parte così alla ricerca della stella che, nel frattempo, si è trasformata in una splendida figliola e che viene ricercata, oltre che da lui, anche dalla cattivissima Lamia (una perfida Michelle Pfeiffer che ne dovrà mangiare il cuore per assicurarsi l'eterna giovinezza perduta) e dai due superstiti eredi al trono del regno di Stormhold, interessati al medaglione che porta al collo la ragazza-stella, l'unico che dà diritto alla successione al trono.
Iniziano così una serie di avventure, colpi di scena, incantesimi e magie che, ovviamente, porteranno all'happy-end di Tristano che diventa Re e sposa non più Victoria, ma la sua amata stella mentre tutti i cattivi fanno una brutta fine.
Stardust è un film è un pò così, abbastanza noioso e scontato e con palate e palate di retorica.
Irresistibile è il personaggio del pirata dei cieli Capitan Shakespeare, con la sua ciurma di galeotti e il suo galeone volante a catturar saette, un Robert De Niro molto Camp che è davvero da non perdere.

Appena arrivai nella città di Ara il mio primo pensiero fu di incredulità.
Avevo lasciato Treca dove avevo vissuto per tanti anni, e avevo in mente di cavalcare giorni e giorni, di spingere la mia inquietudine e il mio destriero verso orizzonti sconosciuti ed avevo studiato la mappa comprata dagli zingari puntando a nord ovest, oltre gli altipiani brulli, dove la presenza di città o villaggi non veniva segnalata.
Ma ecco, all’improvviso, Ara, materializzarsi davanti, lì dove un momento prima sembrava esserci terreno arido e infertile.
“Tutti quelli che arrivano ad Ara- disse il liutaio seduto fuori la sua bottega – credono di vivere un sogno o si convincono preda di un incantesimo. Ma Ara la si incontra proprio quando non te l’aspetti”.
Mi incamminai per le scale strette che arrampicandosi portavano ad altre scale, vedevo tetti che coprivano altri tetti e viuzze che si inerpicavano su rocce brulle dietro le quali altre rocce comparivano.
“Non credo di capire cosa succede – dissi all’oste che ghignando mi scrutava dall’uscio della sua taverna - non faccio che superare limiti e oltre ne ritrovo altri”.
“Dissi anch’io così quel giorno che arrivai quassù – sospirò riempiendomi il bicchiere – e per anni ho vagato senza meta alla ricerca di un’uscita, di una porta o un sentiero che desse un senso… Ara ti imprigiona nel suo labirinto, e raggiunto l’ultimo angolo dietro al quale c’è l’uscita, ti ritrovi al punto dove avevi cominciato, e tutto è da rifare”.
Scrivo queste cose dalla spiaggia di Feraca, città dai lunghi minareti barocchi e dai viali concentrici piantumati di Araucarie.
Ara è ormai ricordo di sei anni lontani, adagiati in un anfratto della mente, ma tutte le sere che torno al mio abituro in cima alla collina, lì dove il sentiero curva intorno all’ultimo albero, per un momento mi sembra di scorgerne un angolo, l’ultimo angolo di Ara, oltre il quale riuscii a quel tempo a mettermela alle spalle e, non so perché, ma per un momento sento il cuore fermarsi.