Olmo

si sta come d'autunno sugli alberi le foglie
lunedì, 19 novembre 2007

Giorni e Nuvole

Michele ed Elsa sono una coppia benestante che vive a Genova, in un appartamento lussuoso con vista sul mare. Lui è titolare, con altri soci, di un’azienda nei cantieri navali, e lei studia per poter coronare il suo sogno: laurearsi in storia dell’arte.

Hanno una colf che cucina, pulisce e fa la spesa, hanno una barca ormeggiata nel porto e hanno una figlia 20enne, che vive con il suo compagno.

Il giorno dopo la laurea, Michele confessa ad Elsa di essere stato estromesso dall’azienda e di essere disoccupato da due mesi.

Inizia così una drammatica salita per i due, che devono riconsiderare tutte le loro certezze, il loro tenore di vita e le possibilità che questo poteva schiudere.

Sono costretti a vendere la casa e la barca, si trasferiscono in un alloggio modesto in un quartiere popolare, lei inizia a lavorare in un call-center mentre Michele si arrangia con lavoretti di manutenzione rimediati occasionalmente.

Ma mentre Elsa in qualche modo tenta di reagire e prova a riconsiderare la propria vita Michele viene inghiottito dalla depressione e non riesce a trovare più alcuno stimolo che possa spingerlo a reagire, diventa cupo, asociale, triste.

 

Il film di Silvio Soldini restituisce benissimo questo senso d’angoscia e, nonostante alcuni momenti divertenti, è triste, cupo e non lascia speranza, se non un lumicino che si vede  a malapena nel finale.

Bellissimi i dialoghi e bravissimi gli attori (Antonio Albanese è davvero a suo agio in questo ruolo drammatico, e pensare che è lo stesso che ho visto l’altra sera fare Cetto la Qualunque su che tempo che fa). Margherita Buy, invece, semplicemente perfetta. Come sempre.

 

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categoria: cultura, cinema, film, attualitĂ 


giovedì, 15 novembre 2007

L'illusione del bene

Mario è di sinistra, lavora come autore alla radio della Rai anche se attualmente è un “epurato” dalla nuova dirigenza del polo e, in attesa di tempi migliori, viene pagato per non fare niente.

Mario è uno di quelli che credevano ciecamente all’illusione che il comunismo potesse avere sorte felice, e potesse regalare ai cittadini del mondo giustizia e libertà.

Mario ha un matrimonio fallito alle spalle, ha un figlio e due figliastri e cerca di fare i conti con ciò che è stato il crollo dei suoi ideali, si sente addosso i calcinacci del muro di Berlino e non riesce, nonostante provi, a elaborare questo fallimento, a differenza di molti dei suoi compagni di un tempo che sono stati capaci di voltare pagina senza battere ciglio, senza porsi domande e cercare risposte.

Mario un giorno incontra a Firenze Sonja, una pianista russa squattrinata che sogna di iscriversi al conservatorio e viene risucchiato in una storia misteriosa e terribile, che lo porterà sulle tracce della madre di lei,  fino ad arrivare in uno sperduto paesino dell’ex Unione Sovietica, dove toccherà con mano le atrocità e gli abomini commessi in nome di quell’ideale a cui lui tendeva da giovane.

 

Nonostante un soggetto così promettente il Libro della Comencini è stata una vera delusione.

I personaggi sono appena abbozzati, i dialoghi non all’altezza delle cose che raccontano ma soprattutto è cosparso da un senso di ovvietà e di noia che non rende giustizia ad una storia così drammatica.

Per esempio da subito si capisce che la mamma di Sonja in realtà non è morta, nonostante l’autrice si affanni per tre quarti del libro a creare suspence in attesa del colpo di scena…

Peccato, davvero.

 

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mercoledì, 14 novembre 2007

I Vicerè

L’ultimo film di Roberto Faenza, i Viceré, ( che ho scoperto avere molti detrattori), secondo me ha soprattutto un merito: portare a conoscenza dei più (tra cui ci sono anch’io) l’autore  Federico de Roberto che scrisse l’omonimo romanzo più di cento anni fa e che ebbe non pochi problemi con la chiesa e il potere politico dell’epoca, e fu tacciato di ogni nefandezza, così come chiunque tocchi un nervo scoperto.

Perfino Benedetto Croce ne disse tutto il male possibile.

Questo film, con tutti i suoi limiti, ci restituisce invece la modernità della sua scrittura, la sua “preveggenza mostruosa”, come ha tenuto a dire il regista, o più semplicemente la constatazione che l’essere umano è sempre uguale a se stesso… e attraverso la Famiglia Uzeda è gioco facile trovare una metafora della società in cui viviamo oggi, con gli stessi meccanismi, la ricerca spietata del potere, l’ipocrisia di porre la famiglia a valore assoluto e poi in nome di quel valore commettere le più spregevoli, oscene, rivoltanti porcherie.

Basterebbe convocare al provino i vari Mele, Fini e Casini, un po’ di cardinali, far indossare loro abiti ottocenteschi ed il gioco è fatto.

 

Il film parte dagli ultimi anni del Regno Borbonico e racconta la storia della famiglia degli Uzeda, ultima discendente dei Viceré Spagnoli, attraverso i cambiamenti di quell’epoca che porterà al Risorgimento e all’Unità d’Italia.

Mitica la battuta del Principe Giacomo dopo la presa di Roma: “Fatta l’Italia, ora bisogna farsi i fatti nostri”.

Il film ha tempi un po’ troppo da fiction e questo penalizza  molto la sua potenza narrativa, ma comunque risulta piacevole (nella squallidità del suo racconto, ovvio) e dà a Lando Buzzanca un ruolo (il capofamiglia avido e superstizioso degli Uzeda, il principe Giacomo) dove riesce ad esprimere in pieno la levatura della sua bravura. Per lui davvero una seconda giovinezza.

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categoria: cultura, politica, libri, cinema, film, attualitĂ , tv


lunedì, 12 novembre 2007

Elizabeth - The Golden Age

Annunciato da più parti come l'ennesimo polpettone su una delle figure più inflazionate del cinema e della fiction, Elizabeth (The Golden Age) è una sorta di sequel del bellissimo "Elizabeth I" che lo stesso regista Shekhar Kapur girò 10 anni fa, e che raccontava l’adolescenza tormentata e i primi anni di regno di una delle regine più amate d’Inghilterra, passata alla storia come “The Virgin Queen”.

 

In questo film la Regina si trova a dover affrontare l’ondata  inquisitoria del Re di Spagna Filippo II che, ossessionato dal suo fondamentalismo cattolico e appoggiato dalla chiesa di Roma, ordisce un complotto per detronizzare “l’eretica” e favorire al trono sua cugina, la cattolica Maria Stuarda, già regina di Scozia e prima nella linea di successione al trono.

Ma la storia del XVI secolo fa solo da sfondo a questo film, di una bellezza disarmante, concentrato più che sulle vicende storiche sulla figura della Regina, e riesce a mettere a nudo la donna Elizabeth, con tutte le sue paure, le sue fragilità e il tormento immane che la accompagnò per tutta la vita, nonostante avesse fama di donna dura decisa e spietata.

Ne viene fuori un personaggio introspettivo notevole (è così raro vedere ruoli femminili così al cinema)  e una figura di donna molto moderna.

Cate Blanchett, manco a dirlo, è straordinaria, e il ruolo di Elisabetta I sembra esserle stato scritto addosso.

 

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giovedì, 08 novembre 2007

merda d'artista

Il corpo di Enzo Biagi è ancora caldo nella bara ed ecco che Filippo Facci su il Giornale  (un quotidiano a caso) ci propone la sua versione riguardo al famoso editto bulgaro, che sancì l’allontanamento dalla Rai del giornalista (e di Luttazzi e di Santoro).

“Enzo Biagi non fu mai allontanato né cacciato dalla Rai, come lui stesso ha sempre ammesso. Tantomeno fu allontanato a seguito di un oscuro editto bulgaro. La parziale e volontaria dipartita di Biagi non è coincisa con nessun regime né alcuna censura, come lui ha pure ammesso in diverse interviste anche reperibili in rete”.

 

Qui l’incredibile (e senza vergogna) articolo completo.

 

Che dire, complimenti per il tempismo e per il film di fantascienza in cui vive il simpatico giornalista.

postato da giurau alle ore 14:26 | Permalink | commenti (4) / commenti (4) (pop-up)
categoria: politica, sfogo, rabbia, attualitĂ 



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