
Cristian Mungiu, è da tenere d’occhio questo giovane regista rumeno, al suo secondo lungometraggio (il primo, Occidente, non è mai uscito in Italia) con il quale ha vinto la palma d’oro a Cannes la scorsa primavera.
“4 mesi 3 settimane 2 giorni” è di gran lunga il film più bello che ho visto quest’anno.
La storia è ambientata a Bucarest nel 1987 e racconta 24 ore della vita di Otilia e Gabita, due studentesse del politecnico alle prese con un interruzione di gravidanza tardiva.
La trama è asciutta, non c’è una sola nota o canzone che accompagna la sceneggiatura, affidata ad attori straordinariamente credibili e di gran talento (gran parte del film è un insieme di piani sequenza lunghissimi)e soprattutto ad un’atmosfera desolante che ritorna le prospettive (e la cupezza) di un posto come
4 mesi 3 settimane 2 giorni è un film crudo, quasi fastidioso, che ricorda come intensità e disperazione il film Rosetta dei f.lli Dardenne (anche quello, guarda caso, premiato a Cannes qualche anno fa) e ti fa uscire dalla sala turbato e arrabbiato.

Anche questa volta Khaled Hosseini è riuscito a fregarmi.
C'è poco da storcere il naso, è un bravo scrittore, e il suo modo di mettere in fila le parole riesce a toccarti il cuore, a imprigionarti nelle pagine, non ti lascia andare più e non resta che arrenderti.
Il suo primo libro, il Cacciatore di aquiloni, era stato per me un viaggio incredibile, un continuo volare sulle nuvole e alla pagina dopo trascinarmi dentro al fango e i personaggi, le loro storie, popolarono le mie giornate per un bel pò, anche dopo che sul libro si posò la polvere.
Succede lo stesso con questo libro. Sarà retorica, sentimentalismo, ma succede.
La differenza è che stavolta protagoniste sono donne, due donne Afghane di due generazioni diverse che per uno scherzo del destino condividono una parte della loro vita e ne resteranno segnate per sempre.
La bravura di Hosseini è questa: dopo venti pagine inizi a guardare anche tu il mondo attraverso la fessura del Burqa e niente ti sembra più come prima...
E loro, Mariam e Laila, donne vinte, votate al dolore e alla sconfitta, rassegnate a soccombere nella loro inadeguatezza, ai margini di una società maschilista e oscurantista, e l'unica volta che provano a scappare rimangono fregate.
Nemmeno l'happy end finale riesce ad alleggerire la tristezza che ti piomba addosso mentre le guardi.
Un pò come per i vinti di Macondo, solo che qui siamo a Kabul, nel nostro tempo, la porta a fianco alla nostra.
Mille splendidi soli è un libro straordinario.

Ieri sera un uomo di 34 anni ha travolto e ucciso con la sua macchina una donna di 37 anni che camminava sul marciapiede di una strada alla periferia di Torino.
L'uomo, trovato positivo alla prova etilometrica, è stato denunciato per omicidio colposo.
Questo il lancio d'angenzia che si può leggere in qualche trafiletto dei giornali di oggi e che la Stampa (giornale di Torino) non mette nemmeno in prima pagina sul suo sito.
A questa notizia, ovviamente, seguirà entro qualche ora l'oblio più assoluto.
Non ci sarà nessun politico che si straccerà le vesti in diretta TV, nessun gruppo di cittadini andrà a incendiare qualche fabbrica di birra nè la Lega (o il PD o AN o FI o PDS PRT o PRR) ornganizzerà affollate fiaccolate, nè, c'è da scommetterci, Studio Aperto farà speciali di un'ora in diretta dal marciapiede insanguinato.
Ovvio che andrà così perchè la notizia è che un italiano, mentre guidava ubriaco una macchina, ha tolto da questo mondo la vita di una donna Romena.
Sono sicuro che se fosse successo il contrario a quest'ora non si sarebbe parlato d'altro sui telegiornali, sarebbero già stati dati alle fiamme un paio di campi Rom (si sa, la ggente ama l'equazione Rom=Rumeni) e il buon Ministro Amato avrebbe già vergato di suo pugno un nuovo Decreto Legge per far decadere la validità delle patenti di tutti gli stranieri residenti in Italia. Decreto approvato testé dal parlamento per acclamazione.
Voglio dire, ci sarà pure un motivo per cui Freedomhouse colloca l'Italia tra i paesi parzialmente liberi.

Un sasso incastrato tra i neon fumanti
miliardi di pezzi di vetro
sul lastrico
i miei piedi nudi
e tutta la strada davanti

Quando arrivai a Gibua ero stremato.
Avevo cavalcato sotto una pioggia incessante e il mio destriero, ogni volta che tentavamo di riparaci sotto qualche affioramento che dirompeva ogni tanto da quel paesaggio brullo, mi guardava sperando si spegnesse il desiderio che avevo di arrivare.
Di Gibua avevo letto la prima volta da un vecchio libro di mio nonno, delle sue mura inespugnabili, delle sue torri pietrose dove venivano custoditi i segreti del mondo e dei cunicoli che si irradiavano sotto le fondamenta, dentro ai quali gli abitanti si rifugiarono il giorno in cui si diffuse la leggenda del cavaliere dalle due facce.
Al centro di Gibua era una sequoia imponente e minacciosa, che le antiche cronache raccontavano germogliata da un seme, caduto dalla bisaccia del cavaliere dalle due facce, quel giorno che attraversando la città pronunciò la sua maledizione, e niente fu più come prima.
Di fronte la sequoia mi trovai che aveva smesso di piovere e tutt’intorno era silenzio, vuoto, come di un posto che non conosceva vita da decenni.
Sapevo che era solo impressione, che mi bastava toccare il suolo, poggiare l’orecchio sulla terra bagnata e avrei sentito qualche metro più sotto la vita che defluiva nei cunicoli della città sotterranea, le grida del mercato o le voci dei vecchi che giocavano a tre sette al bar.
Sapevo tutto questo, sentivo sotto le palme dei miei piedi il calore della vita che saliva, eppure non mi ero mai sentito così solo.