
Giovanni è il figlio di Don Antonio Acquastorta, boss latitante della Camorra, ha un ruolo di rilievo nel “sistema” e nel il sistema è sempre vissuto e lavora.
Giovanni dopo aver passato l’adolescenza in un riformatorio, si sposa con Mariasole, figlia del boss rivale, un matrimonio combinato dalle due famiglie per suggellare la pace tra i due clan.
Giovanni è un ragazzo un poco spicciolo, sbruffone e molte cose preferisce indicarle perchè non in grado di dirle.
Giovanni ha un segreto, è innamorato di Salvatore, il contabile del clan, che si occupa di preparare le buste paghe per tutti i dipendenti.
Giovanni e Salvatore alimentano il loro segreto e ne restano devastati, consapevoli eppure vinti, perché non è vero che il disonore si lava con la forca solo in Iran, ed essere froci, froci e camorristi, può voler dire imboccare un vicolo stretto e senza uscita che non porta da nessuna parte.
Acqua storta è un libro sboccato, violento, crudo, che ti prende per la gola e ti sbatte contro il muro e lì ti lascia appeso.
Acqua storta è scritto in uno stile incredibile, un flusso narrativo a ritroso e ti fa sentire quasi come in un film, ti fa toccare l'immensa profondità dei sentimenti, che a dirli non si riesce, ma a provarli, a sentirli dentro, sono bombe atomiche che esplodono, e vorresti a volte intervenire nella storia e deviare con un soffio la traiettoria delle pallottole.
Acqua Storta di L.R. Carrino è una grande storia d'amore come ne ho letto poche volte.

Davvero carino questo libro di Augias, un breve saggio auto-biografico con cui ci spiega perché il leggere lo ha reso migliore, più libero e più allegro (come recita il sottotitolo), ed è bello, incuriosisce parecchio leggere una biografia così…
Conoscere le persone anche dai libri che hanno letto e perché e cosa quel libro ha generato e costruito eccetera.
In fondo il libro mi è piaciuto soprattutto per questo, per la curiosità che ti mette, spingendoti a buttare uno sguardo dentro di te e provare a ricordare le tappe della tua vita attraverso i libri, i tuoi libri, e le infinite teorie di percorsi che ognuno di essi generava, portandoti da Madame Bovary al Postoristoro attraversando infiniti autori che diventavano spesso compagni di viaggio, entità affettive che sono andate a popolare quella famiglia immaginaria che ti porti dentro il cuore.
Mi è piaciuto “Leggere”, mi ha reso più allegro, e ringrazio i Des che me l’hanno fatto trovare sotto l’albero.

Ispirata al film con Dustin Hoffman e Anne Bancroft, diventato manifesto di un’intera generazione, la riduzione teatrale de “Il Laureato” in scena in questi giorni a Milano, seppur un po’ macchinosa nel continuo cambio di scene e situazioni che strizzano un po’ troppo l’occhio al film di cui sopra, risulta piacevole, ironica, divertente e mai noiosa.
La storia ripercorre fedelmente la trama del film, tranne per il finale (in effetti un cult… entrato nell’immaginario di tutti, come lo si poteva riproporre su un palcoscenico?).
In questo adattamento teatrale, il finale si svolge per tutto il tempo nella sagrestia della chiesa dove si sta celebrando il matrimonio, e dà modo a Mrs. Robinson/Giuliana De Sio di tenere la scena per una ventina di minuti e lasciare tutti a bocca aperta.
Tutto questo mi induce a fare una considerazione: e cioè che il teatro, fatto di tanta passione e fatica, nonostante i proibitivi prezzi dei biglietti, davvero non arricchisce, almeno non da un punto di vista economico, gli attori e in genere chi ci lavora.
Non mi spiegherei diversamente, per esempio, il fatto che un’attrice di così grande talento come Giuliana De Sio (che già avevo visto, qualche anno fa, straordinaria in “Notturno di donna con ospiti” di Annibale Ruccello) debba, per sbarcare il lunario, mortificarsi con ruoli caricaturali in fiction tipo “il bello delle donne”, che sì hanno milioni di ascoltatori (e portano a casa tanti danè degli sponsor), ma hanno sceneggiature scritte con i piedi e dei dialoghi che fanno semplicemente da sottofondo alla colonna sonora.
Immagino la frustrazione di questi attori, è un po’ come se un Puccini o un Bellini (con il dovuto rispetto) fossero stati costretti a scrivere “Gelato al cioccolato” per poter pagare l’affitto.