
Eleonora Pimentel De Fonseca, di origini Portoghesi, si trasferì a Napoli che era ancora una ragazzina, siamo a metà del 1700, e grazie alla sua famiglia “illuminata” riuscì a continuare i suoi studi e a dedicarsi alla sua passione giovanile: scrivere poesie.
Allora Napoli era la capitale del Regno delle due Sicilie e a capo c’era il re nasone, Ferdinando IV di Borbone, un re oscurantista e interessato nient’altro che al suo ombelico, al suo potere e i suoi vizi, mentre la quasi totalità della popolazione veniva tenuta nella miseria più profonda e nell’ignoranza più becera, con il sostanzioso e capillare contributo dei preti che dai loro pulpiti contribuivano non poco ad addormentare le coscienze della massa e a tenerle sotto il giogo sanfedista.
Eleonora iniziò a frequentare casa dei Filangieri nel cui salotto ebbe la fortuna di incontrare una generazione di “giovani illuminati” (Caracciolo, Cirillo, Ciaia, Pagano, Pignatelli, Serra di Cassano, Sanfelice eccetera, cognomi che oggi evocano ai più solo il nome di alcune vie di Napoli) che, all’indomani della rivoluzione francese (che loro leggevano attraverso giornali che facevano arrivare nel regno in modo clandestino) si infiammarono al sogno di riuscire a rovesciare i Borboni per fondare anche a Napoli uno stato più democratico e libero.
Il loro impegno sfociò (anche con l’aiuto dell’esercito Francese) nella costituzione della Repubblica Napoletana, un’esperienza intensa, che durò solo alcuni mesi e fu soffocata nel sangue, di cui Eleonora fu una delle figura più rilevanti e diresse, per quel breve periodo, il giornale “il monitore napoletano” (forse il primo giornale al mondo diretto da una donna) bollettino ufficiale della Repubblica Partenopea.
Eleonora fu giustiziata, insieme a tutti gli altri giovani che parteciparono con lei alla costruzione di questo sogno, in piazza Mercato il 20 agosto 1799 e, prima di salire sul patibolo citò Virgilio: “Forsan haec olim meminisse iuvabit”.
Di questa donna straordinaria, della sua vita, la sua formazione e la tragica fine è raccontato in questo libro “il resto di niente” di Enzo Striano, che è un romanzo storico bellissimo e intenso, un affresco della Napoli del ‘700, vista nella sua quotidianità, nella sua bellezza, nella sua miseria (e lusso) che ho trovato incredibilmente moderna, oltre che incredibile metafora dei tempi che stiamo vivendo adesso.
Da questo libro è stato tratto anche un film, per la regia di Antonietta De Lillo, che ho avuto la fortuna di vedere qualche anno fa.