
Un giorno perfetto è un film cupo, soffocante che sembra uscito dai titoli di cronaca nera di un qualsiasi quotidiano di questi giorni, una specie di instant-film
La storia è da manuale: un matrimonio malato che finisce, lei che va via di casa con i figli e lui che non riesce a elaborare l’abbandono, che si aggrappa con le unghie a qualcosa che esiste solo nella sua mente e che pur di non rimettersi in gioco, di guardarsi dentro e ricominciare, finisce per distruggersi e distruggere ciò che ha di più caro con la bestia che ha dentro.
Isabella Ferrari è a dir poco a suo agio nel suo ruolo “perfetto” ( in un solo film viene licenziata, pestata e violentata dall’ex marito che le ammazza pure i figli) e devo dire che anche Valerio Mastandrea fa la sua porca figura nel ruolo di cui sopra.
Ma a parte questo, non c’è molto altro da dire… i personaggi sono abbozzati, piatti, come capitati lì per caso, che sembrano promettere qualcosa che non arriva. E' un po’ come sfogliare un album di foto trovato su una panchina, avere la curiosità di sapere della vita di quelle facce, di quello che pensano, dei loro sogni e invece doversi accontentare solo di immagini...
Tra tutti i film di Ozpetek questo forse è superato, in bruttezza, solo da Cuore Sacro. Bellissima (e su questo il Ferzan non sbaglia mai) la canzone finale di Ermanno Giove.

Accolto alla proezione riservata alla stampa del Festival di Venezia con qualche applauso e molti “buuu”, è uscito nelle sale (e sta rapidamente scomparendo) l’ultimo film di Pappi Corsicato “Il seme della discordia” venuto dopo ben sette anni di assenza da dietro la macchina da presa (nel frattempo ha fatto altre cose, come ad esempio la coreografia per Laura Chiatti nel film “l’amico di famiglia” di Sorrentino) di un regista geniale, dal talento incommensurabile (e molto molto incompreso) e che io amo dal profondo delle viscere (anche se è tacciato d’essere un regista molto di “testa”).
Lo amo e non solo perché ha fatto un film come “Libera” (di cui conosco tutte le battute, compresa la coreografia di Iaia Forte sulle note di Tommy Riccio) ma perché è un regista che ha uno stile unico, un gusto pop e ironico che trasuda da ogni battuta da farsi riconoscere tra centinaia di spezzoni, e anche attrici come Isabella Ferrari (finalmente in un ruolo dove non piange o non muore o non le ammazzano qualcuno) recita “alla maniera di Corsicato”.
Questo regista ha una cultura cinematografica sterminata, si capisce che è vissuto a pane e cinema dal suo vezzo di seminare i suoi film di citazioni, di richiami e dejà vù che quando rivedi un suo lavoro dopo un po’ di tempo ti rendi conto della miniera che c’è nascosta e del lavoro che mette in ogni inquadratura o particolare.
Pappi Corsicato è un Hitchcock postmoderno leggero e lieve, i suoi film sembrano piccole commedie che trattano temi in modo superficiale e scanzonato, ma non è così.
Come il vino buono restano lì in cantina e aspettano che i tempi maturino … perché è solo una questione di tempo, lo so.
E’ uno dei pochi registi che riesce a scrivere dei ruoli femminili brillanti e importanti, donne straordinarie che sono le colonne portanti di tutti i suoi film, e anche solo per questo, vale molto più del prezzo del biglietto.
Detto questo, ho un unico rimpianto: non essermi portato un'accetta alla proiezione de "Il seme della discordia" per poter smaciullare gli ultimi tre minuti del film.
I Rom sono una popolazione (ma è corretto dire popolazioni) che in Europa è stimata essere di più di dieci milioni di persone (una nazione di medie dimensioni senza una patria), vittima da sempre del pregiudizio, facile bersaglio delle fobie e delle paure di tutti i paperolesi che popolano la terra e capro espiatorio, sempre, del disagio e del qualunquismo che tanto spesso invade le periferie urbane dove senza un minimo di dignità vengono costretti ad accamparsi quando arrivano con le loro carovane, come se fossero tutti uguali, tutti straccioni e tutti delinquenti…"Non chiamarmi zingaro" racconta la storia di alcuni di questi, ed è uno sguardo sulle loro vite dal di dentro che quasi spiazza, abituati come siamo a leggere di loro sui mass-merda sempre e solo in riferimento a: "emergenza Rom in tale città", "rogo in campo Rom in talaltra città" o addirittura, la più gettonata, "Emergenza stupri" (che poi in Italia vengono denunciati una media di sette stupri al giorno, perchè diventano emergenza solo quando c'è un Rom di mezzo?)
Oltre all'incredibile dignità che viene fuori da queste storie, i disagi costanti e le condizioni di vita inumane cui sono costretti, da questo libro si conoscono anche cose molto interessanti, come per esempio che nei campi di concentramento nazisti furono sterminati più di cinquecentomila zingari, che venivano usati soprattutto per disgustosi e inumani esperimenti di eugenetica nei vari laboratori dei lager, essendo i Rom considerati dai nazisti come "ariani", anche se decaduti, e quindi più vicini degli ebrei alla razza pura cui erano convinti di appartenere.
In somma un genocidio perpetrato a suon di bisturi e innesti, invece che con il gas, che nessun libro di storia ha mai raccontato.
Un'altra cosa che non sapevo è che ogni anno, il 24 e 25 di maggio, c'è il pellegrinaggio delle popolazioni Rom di tutta Europa a Saintes Maries de la Mer per ricordare la loro santa patrona "Sara la Nera" che le leggende narrano essere vissuta in questa ridente località della Francia meridionale.
Dopo la crocifissione di Gesù un gruppo di cristiani venne arrestato in Palestina, imbarcato su una zattera senza vela né remi e lasciata andare alla deriva. La zattera dopo aver vagato nel mediterraneo approdò, spinta dalla provvidenza, sulle coste di Saintes Maries de la Mer.
Su questa zattera c'era Santa Maria Giacobea e Santa Maria Salomè e la loro serva Sara la Nera che poi diventerà a sua volta santa.La santa dei Rom.Che strano come a volte il destino di alcuni popoli sia segnato fin dall'inizio…
A me piace tenere in mente, comunque, la scena della carovana di zingari che arriva a Macondo tutti gli anni, con i loro tendoni, le loro giostre e le diavolerie più strane raccolte durante il loro peregrinare nel mondo, come l'uomo trasformato in pozzanghera dopo aver disubbidito alla madre, la più più favolosa scoperta dei nazianzeni o quella volta che ferero conoscere agli ignari abitanti e al piccolo Aureliano Buendìa il ghiaccio.

Parlare del concerto di ieri sera di Antony agli Arcimboldi è davvero difficile, specie quando ti manca un background di studio e di esperienza.
Conosco Lou Reed e so che esiste una cantante di nome Nina Simone e una che si chiama Laurie Anderson.
Ma non è solo questa la questione.
Parlare di Antony and the Johnsons ieri sera agli Arcimboldi, è come descrivere di una voce che ti sfiora i capelli, che disegna traiettorie intorno a te e poi ti entra dentro, all’improvviso e, per dirla alla Marquez, è come se una volta lì ti desse tanti morsetti teneri da farti accapponare la pelle.

E’ come parlare di una malinconia struggente, di quell’infinita e triste dolcezza che ti prende certe volte lo stomaco e che ti fa piangere senza lacrime, ti fa sciogliere come neve al sole e dopo tutto ti fa sentire di essere migliore.
Io che da ragazzo ho abbracciato la radio per la voce di un Dj, ieri sera, in quel teatro, sono stato felice.