
Capita a volte di incrociare dei libri, dei film o anche solo delle canzoni che ti lasciano con un palmo di naso e ti restano dentro per mesi e mesi, e per quanto tu cerchi di uscirne ti rendi conto di esserne prigioniero.
Mi capitò qualche anno fa, credo sia stata la penultima volta, con un film su dei cowboy del Wyoming (che di recente ne hanno mandato un riassunto su Raidue.)
La cosa che più mi colpisce è che "eventi" così, parlo per me è ovvio, ti mettono in condizione di sperimentare uno stato emozionale raro, una sorta di massa emotiva che senti in qualche punto della pancia e per quanto tu provi a tradurla in parole, in ragionamenti, ti devi arrendere alla consapevolezza che non ne sei capace.
Molto dipende anche dall’impatto che questo ha sul tuo vissuto, è ovvio, i percorsi di vita fatti o in transito e che sembra che l’incontro con questa cosa non sia casuale. In altri momenti è come se la corda interiore toccata faccia accendere nella testa una lampadina che ti svela un nuovo mondo e un nuovo modo di guardare certe cose.
Ma sto tergiversando.
Voglio parlare di un film che ho avuto la fortuna di vedere (e rivedere, rivedere rivedere) e che è “Un’ora sola ti vorrei” di Alina Marazzi, uscito qualche anno fa e da un po’ disponibile in DVD.
E’ un film bellissimo, che ti spiazza per la sua struggente dolcezza evocativa e di cui tutte le cose sopra, ed è un documento emozionale, un insieme di frammenti che nascono dalla carne.
La storia è incentrata sul rapporto tra una figlia e sua madre, Alina Marazzi e Liseli Hoepli, un rapporto interrotto quando Alina aveva solo sette anni dalla morte di sua madre, e che si cristallizza in un cassetto riposto in soffitta per anni e anni, fino a quando la figlia non decide di riaprirlo e incontrare, dopo tanto tempo, questa donna, questa presenza-assenza che per tanti anni l’ha accompagnata.
In questo cassetto ci sono centinaia di metri di pellicole e soprattutto un’infinità di pagine in cui Liseli parla di se, della sua vita, dei suoi sogni e della sua malattia.
Alina Marazzi legge tutto, mette insieme le foto, le cartoline scritte, tutte quelle cose che a volte sembrano stupide e che vengono messe da parte per ricordare una cosa, e che adesso, nelle mani della figlia, diventano indizi importanti, segni o rimandi alla persona che le ha riposte.
Alina Marazzi guarda soprattutto i filmini girati dal nonno, ore e ore di vita impressionata su quella pellicola, montando la quale e lasciando come sottofondo la lettura delle lettere e dei diari, ha tirato fuori questo piccolo, immenso capolavoro.

Hanno talento Jean-Pierre e Luc Dardenne e con ogni film che girano riescono a dare dignità e lustro al Cinema e a ricordarci perchè è chiamato settima arte.
Vincitore a Cannes del premio come miglior sceneggiatura "Il matrimonio di Lorna" è la storia di una ragazza albanese, divenuta cittadina belga grazie ad un matrimonio-bianco con un tossicodipendente, che è in procinto di risposarsi con un russo, desideroso anch’egli di diventare belga, e che saprà ricompensare profumatamente del favore l’organizzazione che è alle spalle di Lorna (e Lorna stessa) che gestisce questo traffico di cittadinanze fasulle attraverso matrimoni combinati.
Il film è spietato nel suo cinico sguardo sulla consapevolezza che il denaro, soprattutto per chi è ai margini dell’opulenza dell’occidente, sia l’unico valore possibile, l’unica molla che ti spinge ad uscire di casa ogni giorno, ma è anche un film che scava dentro i personaggi, che regala un’infinita umanità negli occhi della protagonista che ad un certo punto sente qualcosa di nuovo accadere dentro il suo cuore e per una volta questo qualcosa decide di seguirlo, anche mettendo a rischio la sua stessa vita.
Il matrimonio di Lorna è un film ben scritto, che ti da un forte pugno nello stomaco, ma ti lascia in bocca anche un sapore di speranza.
Grandi i Fratelli Dardenne, che possano vivere ancora cento anni (e fare tanti film ancora).

Un giorno perfetto è un film cupo, soffocante che sembra uscito dai titoli di cronaca nera di un qualsiasi quotidiano di questi giorni, una specie di instant-film
La storia è da manuale: un matrimonio malato che finisce, lei che va via di casa con i figli e lui che non riesce a elaborare l’abbandono, che si aggrappa con le unghie a qualcosa che esiste solo nella sua mente e che pur di non rimettersi in gioco, di guardarsi dentro e ricominciare, finisce per distruggersi e distruggere ciò che ha di più caro con la bestia che ha dentro.
Isabella Ferrari è a dir poco a suo agio nel suo ruolo “perfetto” ( in un solo film viene licenziata, pestata e violentata dall’ex marito che le ammazza pure i figli) e devo dire che anche Valerio Mastandrea fa la sua porca figura nel ruolo di cui sopra.
Ma a parte questo, non c’è molto altro da dire… i personaggi sono abbozzati, piatti, come capitati lì per caso, che sembrano promettere qualcosa che non arriva. E' un po’ come sfogliare un album di foto trovato su una panchina, avere la curiosità di sapere della vita di quelle facce, di quello che pensano, dei loro sogni e invece doversi accontentare solo di immagini...
Tra tutti i film di Ozpetek questo forse è superato, in bruttezza, solo da Cuore Sacro. Bellissima (e su questo il Ferzan non sbaglia mai) la canzone finale di Ermanno Giove.

Accolto alla proezione riservata alla stampa del Festival di Venezia con qualche applauso e molti “buuu”, è uscito nelle sale (e sta rapidamente scomparendo) l’ultimo film di Pappi Corsicato “Il seme della discordia” venuto dopo ben sette anni di assenza da dietro la macchina da presa (nel frattempo ha fatto altre cose, come ad esempio la coreografia per Laura Chiatti nel film “l’amico di famiglia” di Sorrentino) di un regista geniale, dal talento incommensurabile (e molto molto incompreso) e che io amo dal profondo delle viscere (anche se è tacciato d’essere un regista molto di “testa”).
Lo amo e non solo perché ha fatto un film come “Libera” (di cui conosco tutte le battute, compresa la coreografia di Iaia Forte sulle note di Tommy Riccio) ma perché è un regista che ha uno stile unico, un gusto pop e ironico che trasuda da ogni battuta da farsi riconoscere tra centinaia di spezzoni, e anche attrici come Isabella Ferrari (finalmente in un ruolo dove non piange o non muore o non le ammazzano qualcuno) recita “alla maniera di Corsicato”.
Questo regista ha una cultura cinematografica sterminata, si capisce che è vissuto a pane e cinema dal suo vezzo di seminare i suoi film di citazioni, di richiami e dejà vù che quando rivedi un suo lavoro dopo un po’ di tempo ti rendi conto della miniera che c’è nascosta e del lavoro che mette in ogni inquadratura o particolare.
Pappi Corsicato è un Hitchcock postmoderno leggero e lieve, i suoi film sembrano piccole commedie che trattano temi in modo superficiale e scanzonato, ma non è così.
Come il vino buono restano lì in cantina e aspettano che i tempi maturino … perché è solo una questione di tempo, lo so.
E’ uno dei pochi registi che riesce a scrivere dei ruoli femminili brillanti e importanti, donne straordinarie che sono le colonne portanti di tutti i suoi film, e anche solo per questo, vale molto più del prezzo del biglietto.
Detto questo, ho un unico rimpianto: non essermi portato un'accetta alla proiezione de "Il seme della discordia" per poter smaciullare gli ultimi tre minuti del film.
Ho conosciuto Annibale Ruccello grazie ad Enzo Moscato, e ad un suo spettacolo a lui dedicato chiamato “Compleanno”.
E’ un po’ come quando si entra in libreria e si viene scelti da un testo che, chissà per quale motivo, attira la tua attenzione e poi ti svela tutto un mondo, e allora di quell’autore vorresti conoscere tutto, anche le virgole.
Così è stato per Annibale Ruccello.
Scomparso prematuramente a trent’anni nel 1986, Annibale fece appena in tempo a svelare il suo talento in alcune opere teatrali straordinarie, che rappresentano la punta di diamante della nuova drammaturgia napoletana, che ha in Enzo Moscato un altro dei suoi pilastri.
Capace di reinventarsi una lingua, che è una contaminazione tra il dialetto napoletano classico e quello delle periferie urbane, mischiato ad obbrobri di derivazione televisiva, i personaggi dei suoi lavori non sono mai banali e sono quasi sempre, anche nella leggerezza e l’iralità di alcune invenzioni, metafora amara del vivere di oggi.
Per quanto venga ricordato soprattutto per Ferdinando (da tutti indicato come il suo capolavoro), straordinario nella riduzione curata da Isa Danieli e di cui esiste anche un film per la regia di Memè Perlini (con protagonista Ida Di Benedetto), l’opera di Annibale a cui sono più legato è “le 5 rose di Jennifer” scritta nell’estate del 1980, nello stesso anno in cui Almodovar girava “Pepi Luci Bom e le altre ragazze del mucchio” e quasi trent’anni prima che un transgender venisse eletto nel parlamento italiano.
Ed è proprio rileggendo “Jennifer”, durante un fine settimana a Parigi, che a me ed Ernani venne quest’idea, che finalmente, dopo qualche anno, riusciamo a realizzare.
E ci piacerebbe condividerla con tutti i nostri amici e conoscenti.
Chi volesse partecipare a questa festa e passare una serata con noi e i nostri amici, può scrivere a annibale08@gmail.com
Per saperne di più:
- Ferdinando, prefazione di Isa Danieli, Napoli, Alfredo Guida editore, 1998
- Scritti inediti. Una commedia e dieci saggi, con un percorso critico di Rita Picchi, Roma, Gremese Editore, 2004